Eugenio Montale

Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981

La solitudine di Eugenio Montale si ritrova pienamente nella sua visione della vita; essa è caratterizzata da un radicale pessimismo in cui la realtà appare priva di fondamenti metafisici e dove l’uomo, imprigionato in una condizione esistenziale destituita di senso, è travagliato da una dolorosa inquietudine. Il poeta si trova quindi in una condizione di silenzio forzato a causa dell’impossibilità di comunicare il suo pensiero e il suo stato d’animo attraverso la poesia, che non è in grado di raccogliere l’assoluto, di proporre messaggi positivi e certezze, e si limita ad esprimere l’arida sensazione esistenziale dell’uomo. Montale si fa quindi interprete della crisi dell’uomo moderno; questa crisi è dovuta alla situazione storica in cui si trova quest’ultimo data dalla mancanza di salde certezze, dalla concezione della vita come dolore (male esistenziale) e dalla solitudine (nel caso di Montale data la perdita dei propri cari). Ossi di seppia è la prima raccolta in versi di Montale: essa appare molto originale, poiché riesce a rielaborare profondamente la tradizione. Si può considerare, in un certo senso, il rovesciamento dell’Alcyone dannunziano, poiché anche quello di Montale è il diario di un’estate, ma dominato dal tema del “male di vivere”.

I limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.

Lo sguardo fruga d’intorno,
a mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Rivolgendosi al lettore in forma discorsiva e confidenziale “Ascoltami”, il poeta apre la lirica con un’importante dichiarazione di poetica. Il significato programmatico del testo consiste nel rifiuto di una versificazione aulica e sublime, quale è quella, ufficiale e tradizionale, propria dei “poeti laureati”, fatta di nobili presenze e termini selezionati. Ad essa Montale contrappone una realtà comune, costituita da un paesaggio povero e scabro, che vive di presenze consuete e concrete:
• erbosi/fossi
• pozzanghere/mezzo seccate (con “qualche sparuta anguilla”)
• viuzze/ciglioni/ciuffi delle canne/orti
Questo è il percorso della poesia indicato da Montale, che (sulla linea proposta di Pascoli) rifiuta l’uso generico e indeterminato della parola, ma se ne serve per indicare con precisione cose e oggetti della fisionomia specifica, nettamente individuale e indeterminata. Al culmine si pone qui l’immagine risolutiva e simbolica dei “limoni”, emblema di una realtà nuda e aspra ma intensamente colorata.
Nell’ atmosfera propizia di una natura tranquilla e ben nota, segnata dal sussurro dei “rari amici” e dall’odore dei limoni, il soggetto vive un momento privilegiato dell’esistenza, in cui sembra potersi verificare “un’epifania”: nel denso e gravido e gravido silenzio della natura, le “cose” sembrano abbandonarsi, come se fossero sul punto di rivelare il “segreto” che racchiudono; allora sembra possibile scoprire il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, cioè la possibilità di spezzare il ferreo determinismo delle leggi che, secondo la concezione scientista e positivista, regolano la natura, quindi di attingere a un significato ulteriore rispetto alla pura appartenenza della cose, a una verità ultima. In questi momenti sembra perfino di poter scorgere la presenza del divino nella natura, quel divino che la coscienza secolarizzata della modernità ha ormai escluso dal mondo.
Ma è un illusione ingannevole, anche se momentaneamente confortante. La rivelazione attesa non si compie, la possibilità di attingere al segreto ultimo delle cose è preclusa. Se il protendersi ansioso del poeta verso l’epifania poteva indurre a riconoscere nella poesia un clima ancora decadente (sia pure “per noi poveri”), lo stacco fa intendere come Montale sia ormai lontano da esso, appartenga a una stagione letteraria ben diversa. L’avversativa del verso 37 segna infatti il chiudersi di ogni prospettiva di speranza (“Ma l’illusione manca”), che non a caso coincide con il mutare del paesaggio: alla campagna immersa nella calura estiva si sovrappone (e si sostituisce) “il tempo/nelle città” (rumorose, e quindi tali da impedire ogni capacità di attenzione e di concentrazione), dove la natura è scomparsa e anche il cielo, “l’azzurro si mostra/soltanto a pezzi”; la pioggia autunnale e il tedio dell’inverno sulle case soffocano la vita, togliendo la luce alle cose e portandola morte nell’anima.
Nell’alterna vicenda delle stagioni, e nel loro significato esistenziale, la scoperta dei “gialli dei limoni”, che si intravedono all’interno di un cortile, riporta il calore della vita e la felicità di una rinata illusione. Non è più l’epifania sperata a contatto con la natura, però, se la rivelazione metafisica è impossibile, resta almeno la consolazione di un momento di gioia vitale. È una delle poche poesie scritte da Montale a cui si possa attribuire, alla fine, un significato e un messaggio positivi, in quanto lascia aperta una prospettiva di speranza; quest’ultima però consiste unicamente, in Montale, nell’estrema riduzione dell’oggetto del desidero, in un elemento povero e comune, su cui concentrare le certezze limitate di un’effimera gioia, senza ulteriori attese di trasformazione radicali e di rinnovamenti.

Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Il titolo della raccolta allude agli scheletri delle seppie e agli inutili scarti che galleggiano e sono trascinati a riva dalla corrente, perché “rifiutati” dal mare, che, peraltro, è il principale protagonista della raccolta stessa.
Meriggiare pallido e assorto, una delle prime poesie a essere state composte, probabilmente nel 1916, all’interno della raccolta ha il valore emblematico di introdurre il tema-chiave dell’estate infiammata che rende tutto arido e secco. Il meriggio di una calda e assolata giornata estiva è un momento di immobilità e sospensione: per effetto della calura e della luce accecante, la vita è quasi ferma, tutto si muove molto lentamente e a fatica. Il paesaggio ligure delle Cinque Terre, arido e scarno, è quello tipico di tutta la raccolta: nonostante i numerosi echi verbali di D’Annunzio, siamo lontanissimi dal panismo. Anche D’Annunzio, infatti, aveva dedicato una poesia al “meriggio”, ma lì il caldo sole pomeridiano costituiva un tramite privilegiato per raggiungere l’estasi panica, tant’è che il poeta arrivava a dire “il mio nome è meriggio”; qui, invece, il sole è una luce fortissima e abbagliante, che, però, non permette di vedere nulla.
Infatti, l’aridità della natura è l’emblema di una condizione esistenziale di prigionia, solitudine e abbandono, di assenza di ogni slancio vitale. Il poeta si vede costretto ad accettare la triste e limitata condizione umana: l’uomo è simile alle formiche rosse che si muovono incessantemente senza meta. Il paesaggio è chiuso, non comunica con l’uomo e non è fatto per l’uomo, è solo un tramite verso qualcosa di indefinito, che dovrebbe essere in grado di rompere la monotonia della vita quotidiana, tuttavia rimane sempre misterioso e insondabile, incapace di offrire risposte soddisfacenti: il travaglio della vita resta, in definitiva, indecifrabile (l’uso del verbo “spiar” indica la ricerca di un segreto). La verità, l’essenza metafisica delle cose, rappresentata oggettivamente dalle “scaglie di mare”, si colloca al di là dell’ostacolo, della “muraglia” (emblema della limitatezza della condizione umana) sovrastata dai “cocci aguzzi di bottiglia” (emblemi dei dolori e delle sofferenze della vita). La muraglia simboleggia la dimensione meramente contingente: ciò significa che la parola poetica non è in grado di raggiungere la dimensione metafisica, di cui gli oggetti descritti in modo realistico costituiscono il cosiddetto “correlativo oggettivo”, anche se continua incessantemente a cercarla. Vi sono evidenti corrispondenze tra la descrizione realistica delle prime strofe e quella metaforica dell’ultima: la “muraglia” del penultimo verso riprende il “rovente muro d’orto” del secondo, in posizione quasi simmetrica, i “cocci aguzzi di bottiglia” sono i “pruni” spinosi.
L’uso dei verbi all’infinito (“meriggiare”,“ascoltare”,“spiar”,“osservare”,“sentire”), interrotto soltanto da un gerundio (“andando”), accentua la sensazione di una continuità informe e conferisce alla poesia una valenza universale e non personale: anche il poeta non partecipa alla scena che sta descrivendo, sembra quasi scomparire e diventare anche lui un’entità indeterminata.
Molte sono le suggestioni di poeti precedenti, profondamente rielaborate; la costruzione e la precisione quasi scientifica nel descrivere realisticamente gli oggetti riconducono a Pascoli, ma è interamente scomparsa la felice “meraviglia” del fanciullino, ora “triste”. Un’altra chiara reminiscenza letteraria è quella leopardiana: il “muro d’orto” ricorda la siepe dell’Infinito (l’orto richiama anche il “giardino della sofferenza”, descritto nello Zibaldone), ma qui è un ostacolo che impedisce anche il piacere dell’immaginazione, che preclude lo “sguardo” verso ogni possibilità di salvezza e verso ogni speranza. Montale rinuncia alla protesta, alla ribellione, e rimane in una condizione di perplessità, di disorientamento e di impotenza di fronte alla solitudine psicologica della realtà.

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